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#31 |
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I gradini della scalinata sono consunti, smussati; i piedini della donna scendono rapidi sulle pietre chiare levigate dall’uso. La donna indossa una tunica di tela grossolanamente tessuta. Risponde di fretta alle persone che la salutano, numerose, lanciando loro uno sguardo sorridente, e un lampo dei suoi scuri occhi lucenti.
Ad una donna che accenna a fermarla, fa un cenno sconsolato, aprendo le braccia ed indicandole col capo il panno nero che regge sul braccio sinistro. La donna dagli occhi ridenti imbocca quindi un portico in discesa; lascia di lato una piazza affollata e svolta in una stradicciola incassata tra muri di pietra. La stradicciola termina in una strada più larga, ed oltre questa, un portone si apre sul muro di cinta di una casa. La donna si ferma, guardandosi attorno. Inspira profondamente. Chiude gli occhi. Con un gesto lento si pone in capo una sorta di scialletto nero, a larghe trame. Quando riapre gli occhi questi sembrano aver perso il loro scintillio, ed il viso ha ora una espressione profondamente triste. Entra a passo lento dal portone schiuso. Oltre il piccolo cortile, c’è parecchia gente, che parla a bassa voce, nella casa. Una donna dagli occhi arrossati, vestita di nero, con uno scialle a lunghe frange, le va incontro e le stringe le mani. Ora la donna appena arrivata sembra affranta. La signora vestita di scuro che l’ha ricevuta, le fa un gesto, piuttosto sbrigativo, di accomodarsi accanto ad altre donne piangenti. La donna con lo scialletto nero appena arrivata, raggiunge la fila di sgabelli delle altre donne, disperate e strepitanti accanto al corpo disteso sul tavolo, sopra un telo di lino. Siede. Dopo un attimo in cui l’espressione del viso si fa neutra, la donna inizia a piangere copiosamente. Nella strada su cui si apre il portone della casa, pensoso e come assorto in gravi ragionamenti, si avanza un uomo decisamente bello, pallido e barbuto, dalla lunga chioma, con una luce singolare negli occhi, luminosi eppure perduti in chissà quale profonda meditazione; dodici giovanotti dall’aria intonata ad una pensosa gravità, procedono intorno a lui, quasi fossero ammirati discepoli. Il drappello entra nella casa. “E’ questa la casa di Lazzaro?” Domanda uno dei discepoli. Una giovinetta, appoggiata al muro accanto al portone, annuisce, indicando, dall’altra parte del cortile, la porta della stanza ove si svolge la veglia. L’uomo maestoso e barbuto ringrazia con un sorriso sofferto eppure luminoso, e si incammina, quasi si accinga ad un compito di grande difficoltà. Un giovanotto tarchiato, dalle larghe spalle, nella stanza della veglia, si china verso il viso di Lazzaro, come per scrutarlo attentamente. Il corpo di Lazzaro è livido, immobile. Il giovanotto dalle larghe spalle si avvicina alla donna dagli occhi arrossati, vestita a lutto, e le dice: “Non aver paura… andrà tutto bene”. La vedova annuisce, con un sorriso forzato e l’espressione di chi debba contenersi davanti ad una impertinenza. La giovinetta accanto all’entrata, indica ad una compagna, con un piccolo gesto della testa, l’uomo circondato dai discepoli. “Haaron il guaritore… “ Sussurra con tono complice. “Quando arriverà il Messia, lo prenderà a modello…”. “Questo è sicuro” risponde con eguale ironia l’amica. Haaron si avvicina quasi tremante a Lazzaro, gli tocca una mano cose se cercasse un qualche segno, e poi con voce bassa e suadente dice: “Lazzaro.. sorgi dalle ombre…” La vedova lo guarda incredula. Haaron solleva appena una mano, come a dirle: donna di poca fede…. Nella luce rosata del tramonto, sotto una pianta di fichi dell’orto di Antioco, questi, con la bocca decisamente piena, mangia di gusto un frutto appena sbucciato. “Ma come hai fatto?” Domanda a bocca piena, leccandosi le dita. “Non puoi comprarlo, non puoi avvertirlo… non puoi svelarti… come sei riuscito a farlo arrivare lì?” C’è solo il Cavaliere con lui; sbuccia un grosso frutto; lo osserva, prima di avvicinarlo alle labbra: bianco, polposo, appena colto, ancora saturo di linfa,con le venature porporine che mostrano i minuscoli semi dorati. Con le dita il Cavaliere apre il fico e lo osserva con ostentato stupore. Antioco guarda incuriosito cosa si celi entro il frutto… “Haaron consulta abitualmente una casa dove si indagano i segni della sorte….” Dice il cavaliere. ( Un incensiere satura dei suoi vapori la saletta sovraccarica di ceri e statuette. Una donna bruna, dai tratti marcati ma eleganti, fruga nelle viscere di un piccolo volatile appena aperto. Il suo sguardo è identico a quello del cavaliere che guardava il frutto. Davanti a lei, Haaron, trepidante, osserva le viscere, con lo stesso sguardo interrogativo di Antioco…) “Io ho previsto che alla indagatrice delle sorti avrebbe fatto piacere ricevere un rubino, e l’indagatrice, su mio suggerimento, ha previsto che ad Haaron sarebbe capitata l’occasione di… compiere un miracolo…” (La donna bruna saluta un perplesso Haaron, che si allontana sorridente, mentre la donna giocherella con la gemma che una catenella d’oro le fa pendere in seno: un magnifico rubino…) “Avrei giurato..” Continua il cavaliere, “..che Lei sapesse già tutto. Da parte sua nessuna opposizione, ha detto, ma si sentiva in dovere di avvertirmi: le cose non sarebbero andate proprio come mi aspettavo…” ….Haaron deglutisce, davanti al corpo di Lazzaro, immobile. La vedova guarda la scena stranita. Haaron ripete, con voce suadente: “Lazzaro, sorgi dalle tenebre…”, tra i pianti e gli strepiti delle piangenti. Nulla accade. “E’ un pò sordo” precisa in tono di scusa il giovanotto dalle larghe spalle, indicando il corpo disteso. Haaron socchiude gli occhi, quindi solleva lo sguardo verso il soffitto, davanti alla insensatezza appena sentita. I discepoli si guardano l’un l’altro, imbarazzati da quello sciocco che si intromette a sproposito. La vedova sta per perdere la pazienza e cacciare quell’intruso senza garbo. “Lazzaro! Alzati” Urla il giovanotto tarchiato. A quell’urlo le piangenti si zittiscono. Cala un improvviso silenzio. “E cammina!” aggiunge il giovanotto, col tono di chi dice: e basta con gli scherzi…. Lazzaro apre gli occhi; sorride. Intorpidito, porta una mano sugli occhi, come a proteggerli dalla luce. Si stiracchia. Haaron sorride, con lo sguardo di chi non potrebbe essere più modesto di così, e batte un piede per terra. Le donne venute per piangere si guardano l’un l’altra, con aria interrogativa. Il giovanotto tarchiato allarga le braccia, con le palme rivolte al cielo, come a voler dire: ma ci voleva tanto? La moglie di Lazzaro è sbalordita. Ora guarda Haaron, circondato dai discepoli adoranti, ora, indecisa, guarda il giovanotto tarchiato che, con un gesto, ha salutato e si allontana… “E adesso?” Domanda Antioco, mentre l’ombra ha riempito l’orto. “Già.. e adesso?” Ripete il Cavaliere; quindi, morde di gusto il frutto sbucciato... |
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La luce fresca del mattino è ormai piena, chiara. Giuda cammina cauto, tra l’erba secca e rada, verso il sommo della bassa collina. Si volta. Fa un cenno, come a dire: tenere bassa la testa. Lo segue, zoppicante, un uomo alto, barbuto, prossimo ai trent’anni, alto, magro, ingobbito, ma con spalle e braccia massicce; questi ha indosso una tunica, fuligginosa e con minuti riflessi metallici. I due uomini, si chinano, quindi, dopo un cenno d’intesa, si distendono sul ventre, per osservare senza essere notati.
Oltre l’apice della collina ci deve essere una cava in disuso. Molto più in basso dei due osservatori, il suolo è perfettamente livellato, sabbioso, mentre le pareti laterali di quella sorta di anfiteatro, aperto solo da un lato, sono verticali, di arenaria. Nella spianata, gruppi di uomini vestiti di semplici tuniche si esercitano. Drappelli corrono, gruppi marciano, agli ordini di alcuni uomini più anziani, distinguibili perché indossano una protezione di cuoio: una pelle bovina che scende su spalle e petto, con un foro per la testa. Uno di questi uomini, grassottello, con la protezione di cuoio slacciata, gesticola davanti ad una trentina di ragazzi che sembrano impugnare delle aste, canne lunghe tre braccia, con un pomo metallico ad un estremo. L’uomo grassottello traccia una riga intorno ai ragazzi, li sistema distanziandoli su alcune file, a formare un rettangolo, poi, con una inaspettata agilità, corre ad una ventina di passi avanti ai ragazzi, e traccia per terra, con un bastone, un altro rettangolo. Quindi, correndo all’indietro con la leggerezza di un ballerino, si defila da un lato e urla qualcosa. I ragazzi scagliano le aste. Qualcosa non va. Una sola asta supera di una decina di passi il bersaglio, alcune cadono entro il rettangolo ma la maggior parte cade prima. Ad alcuni ragazzi l’asta rimane in mano. Altri, nel drappello, hanno ricevuto l’asta in faccia o nello stomaco, e si torcono, per terra, o si tengono la mano sulla bocca sanguinante, piegati in due. Il drappello ha perso il suo ordine e molti sono usciti dal rettangolo che il grasottello aveva tracciato sulla sabbia, intorno a loro. All’apice della collina, Giuda si volta verso il barbuto accanto a lui, e gli rivolge un sorriso ironico, d’intesa. Il barbuto rivolge a Giuda uno sguardo perplesso poi, senza parlare, indica qualcosa, giù nella piazza d’armi… “Sta arrivando” dice una voce dall’alto. Nella stanza dalle finestre chiuse, Antioco controlla il viso dell’uomo che ha davanti: un volto che sembra corroso da un morbo orrendo, sfigurante. “Come sto?” domanda questi, muovendo appena le labbra. “Perfetto…” sussurra Antioco, sollevando il cappuccio all’uomo e posandogli una mano sulla spalla, indirizzandolo verso una porta, chiusa. Antioco solleva lo sguardo verso una persona che, all’apice di una scala, al piano superiore, sta affacciato ad una finestra. Questi, di spalle, fa un gesto. Antioco allora apre la porta, facendo uscire l’attore. La persona al piano superiore fa scorrere una tenda chiara, a chiudere la luce della finestra. Solo allora Antioco, con due balzi, sale fin là, per guardare, non visto, fuori… Da un lato della affollata via del mercato, arriva Haaron, seguito dai suoi dodici discepoli. Dall’altro la folla si sta aprendo, davanti al pencolante incappucciato, sul volto del quale la gente ha riconosciuto i segni di un morbo spaventoso. Davanti all’uomo “sofferente”, si apre una sorta di corridoio tra la folla. Tutti si spostano, Tranne Haaron, che inspira profondamente, guardando l’uomo piagato. ( Nella stanza nebbiosa d’incensi, l’indovina che predice le sorti ad Haaron avvicina, le mani dalle dita inarcate, al viso, con una smorfia di sofferenza. Haaron la osserva, annuendo assorto. La donna aggiunge dettagli mentre, distrattamente, giocherella con qualcosa che porta alla mano sinistra: un anello con una splendida perla…) Nella affollata via del mercato, Haaron apre le braccia, con uno sguardo caritatevole, mentre l’uomo piagato avanza lentamente verso di lui, entro il corridoio lasciato libero dalla folla. Dietro il famoso guaritore i discepoli attendono, con le mani sul petto. Haaron , con lo sguardo perduto ed intenso, con gesto sacrale tende le sue mani… All’improvviso un busto si sporge entro il corridoio, ed un uomo guarda in viso l’uomo delle piaghe, come se avesse notato qualcosa. Senza attendere, mette le mani in faccia al piagato e, senza complimenti, sgretola la maschera che alterava le fattezze dell’uomo. I pezzetti del camuffamento cadono entro il largo collare della veste dell’attore. Il viso che appare, quando l’uomo uscito dalla folla ritira le mani, è l’immagine rubizza, e imbarazzata, della salute. La folla si lascia sfuggire un “Hooooo…” di stupore. L’attore, incerto, come se mancasse una battuta, sussurra all’uomo che ne ha mutato le fattezze: “… miracolo?” “Miracolo!…” fa il verso, acido, Haaron, sbuffando, vedendo la sua seconda occasione “da messia” sfumare miseramente. “Miracolo!…” Sbotta dubbioso l’uomo uscito dalla folla, allargando le braccia, quasi a dire: adesso, non esageriamo…. Da dietro Haaron i discepoli scuotono il capo guardando con riprovazione l’uomo che ha “rovinato la scena”, come a far capire come non sia leale comportarsi così… |
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Disteso sull’erba secca, Giuda ridacchia silenziosamente.
“..abbiamo visto abbastanza…” dice all’omone barbuto, sdraiato sul ventre, accanto a lui, quindi, tenendo bassa la testa, arretra, muovendosi sui gomiti. Una volta al coperto della cresta erbosa, si alza in piedi e muove alcuni passi. L’altro però non si muove. “Andiamo... “ lo esorta Giuda, socchiudendo le palpebre. L’altro, sembra non sentire. Giuda, a denti stretti, mastica qualche parola, ofona ed aspra; torna lentamente sui suoi passi. Si distende di nuovo, cautamente, accanto all’altro. L’omone disteso tende il braccio. Punta l’indice verso qualcosa, laggiù… ..Nella piazza d’armi, le reclute del primo manipolo si sono disposte da un lato, le mani sui fianchi. Guardano un altro gruppo di ragazzi della loro età, ma più marziali. Questi arrivano alla spicciolata da un altro punto del piazzale, prendendo delle aste, che mandano riflessi metallici dalla punta, da fasci posati per terra, da un lato. L’istruttore gesticola, indicando alle reclute punti invisibili, mentre sulla sabbia traccia un rettangolo, circa trenta braccia avanti al nuovo gruppo. Poi impartisce un ordine, incomprensibile per la distanza, ed i ragazzi del nuovo e disordinato manipolo prendono a muoversi come fossero un ingranaggio vivente… Sulla cresta della collina, l’omone barbuto scambia uno sguardo con Giuda, come a chiedergli attenzione, quindi tende la mano, e inizia a contare con le dita: uno… I ragazzi del nuovo manipolo tendono il braccio sinistro, toccando le spalle del compagno davanti. Quindi, piegato il braccio, sollevano il gomito sinistro, come ad imbracciare uno scudo immaginario. Il braccio destro, che impugna l’asta, viene teso a toccare il gomito del compagno alla propria destra, e subito dopo compiono un passo, chi di lato, chi indietro o avanti. .. L’omone sulla collina termina di sollevare le dita: cinque… Ora il manipolo è un rettangolo perfetto, con gli uomini spaziati e allineati. Un secondo ordine e il manipolo inizia a scagliare le aste. Forse la prima fila compie un passo avanti prima di scagliare, lasciando lo spazio alla seconda, che lancia subito dopo, forse l’ultima fila compie un passo indietro.. tutti si muovono ma la formazione sembra ferma e, dentro lo schieramento, nessuno intralcia l’altro. Lancia la terza fila poi.. I giavellotti in volo sembrano disegnare la stessa parabola, mentre la mano chiude le dita, ad una ad una. Quando l’ultimo dito si ritrae, gli uomini sono di nuovo immobili, allineati, e trenta braccia più avanti, c’è un piccolo bosco di aste confitte , dentro il bersaglio tracciato per terra… …E gli ultimi giavellotti si piantano nella rena, con un tonfo sordo. Le reclute osservano silenziose, mentre l’istruttore grassottello spiega qualcosa, con larghi gesti L’uomo con la barba si volta verso Giuda, con aria perplessa. Giuda stringe le labbra, e guarda accigliato qualcosa, in lontananza. Stavolta è l’omone a strisciare via, seguito pigramente da Giuda. Questi, di malumore, sembra ascoltare distrattamente, quando l’uomo barbuto dice: “non siamo pronti, per questo…” Alla luce calda di tre lucerne, nella sala della scrittura, Basilide legge una pergamena. Solleva lo sguardo e, sorridendo, dice: “Sai, avevo in mente proprio questi scritti, per la nostra storia; li credevo perduti…” “Io invece temevo che non fossero più di tuo interesse” risponde il Cavaliere, ricambiando il sorriso;”perché sembrano scritti apposta…”. Basilide annuisce sorridendo, come chi sia costretto ad ammettere l’evidenza. “Sai, quando scrivo, trovo tutto.. grossolano, rozzo” aggiunge lo scriba; “Mi dispero, per la mia inettitudine e invece, quando rileggo dopo tempo…” . Il cavaliere ascolta, silenzioso. “Forse, come per gli scultori, chi scrive vede sulle forme anche i segni dello scalpello, l’argento speso per il marmo, le martellate sulle dita... poi la dea della memoria soffia una polvere leggera, iridescente, che addolcisce gli spigoli, leviga le cose.. così, guardandole dopo, vedi i segni segreti che dovevano emergere, leggi come se avesse scritto un’altro, un altro che, per una ragione misteriosa, ha parole che risuonano dentro di te e per un istante pensi: per Diana, come scrive bene…” Basilide sghignazza della confessione, e crolla il capo… “Sai, queste pagine quasi non le ricordavo, ormai e, devo dire, mi restituiscono soluzioni narrative ad enigmi che mi avevano fermato.. “ Basilide traccia qualcosa su una tavoletta di cera, la guarda con attenzione e poi la compara con qualcosa sulla pergamena. “se non riconoscessi la mia scrittura, giurerei l’abbia scritta qualcun altro”. Il vecchio scriba china il capo; “Sto invecchiando” dice con civetteria, “… ma scrivevo davvero bene”, aggiunge senza riuscire a sopprimere un sorriso compiaciuto. “E’ la vecchia legge: le parole sono delle muse, degli dei.. siamo solo un tramite e, alla fine, la scrittura è migliore di chi la compone…” Basilide guarda di sottecchi il cavaliere: “ Ho trovato la strada” dice serio, posando il palmo sulla pergamena. In una stanza dalle pareti tinte di un pallido giallo, Caifa , alla luce tenue di una candela, solleva il capo e dice: “…Niente di rumoroso: fai sapere ad Haaron cosa lo aspetta ad Alessandria…” Il giovane Onan ha nuove e più ricche vesti indosso. Annuisce ossequioso alle parole del grande sacerdote, con un piccolo inchino. |
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Nella piccola stanza dalle pareti intonacate col fango, al centro del pavimento in terra battuta, entro un cerchio di sassi grigi, un vivo fuoco di piccoli pezzi di legna crepita; spande una luce rossastra, palpitante.
La donna bruna, dalle lunghe sopracciglia inarcate sui grandi occhi scuri, riavvolge la tela del turbante intorno al capo, con gesti rapidi, esatti. Si rimbocca le maniche sulle braccia brune. Una bimba con i suoi stessi tratti entra nella stanza, tenendo fra le braccia, senza sforzo apparente, una pietra farinosa, grossa quanto il suo capo. La donna bruna prende con evidente cautela dalle mani della bimba la pietra e la posa su un tavolo. Con pochi , sordi, colpi di coltello, ne stacca delle schegge, che poi separa in due mucchietti, quindi ne indica uno. Una Giovinetta bruna nella sua prima adolescenza, dai grandi occhi scintillanti al riflesso del fuoco e dai capelli corvini raccolti sulla nuca, con la mano raccoglie il mucchietto di scaglie nel grembiule e lo porta fino ad un mortaio di scuro legno. Quindi, scelto un pestello, prende a sfarinare le scaglie di pietra. La donna col turbante si avvicina al fuoco ed aggiunge un piccolo pezzo di legno. Le fiamme lambiscono un grosso bacile di bronzo nero, ingrommato di fuliggine, pieno d’acqua bollente. Dentro il primo bacile, immerso nell’acqua, un secondo bacile di bronzo lucente è pieno di una densa gelatina colore del granato, sobbollente. La donna prende un cucchiaio di gelatina e vi soffia sopra a lungo. Quindi versa entro la propria bocca la gelatina. La assapora con attenzione, con le guance gonfie, assorta, come passando la gelatina da un lato all’altro della lingua. Poi piega la testa da un lato e, fatti tre passi, si affaccia sulla soglie della stanza e sputa via la gelatina. Sulla soglia, solleva lo sguardo. Il cielo è nero, lucido. Le stelle impallidiscono e, basso sull’orizzonte, il primo lucore del nuovo giorno si insinua nella carne scura del cielo, come una sottile lama di luce. Lo sguardo della donna si rabbuia, come se qualcosa le fosse tornato alla mente. Osserva il terreno ai suoi piedi e, nell'oscurità, compie alcuni passi, fino ad oltrepassare l'angolo della casa, poi si ferma. Solleva lo sguardo, verso le profondità del cielo. I suoi occhi si stringono; le spalle sembrano abbassarsi, impercettibilmente. Subito dopo si sente uno scroscio, attutito dalla terra morbida dell'orto. Il viso della donna si distende, mentre gli occhi si chiudono, per un istante, prima che un profondo respiro esca dalle narici La donna torna dentro. Presa una brocca piena, fra molte vuote, versa del vino spumoso nella gelatina scura sobbollente. Mescola con una lunga bacchetta di legno, quando si accorge di qualcosa. La bimba si è addormentata su uno sgabello e sembra debba cadere da un momento all’altro. La donna si avvicina alla ragazza col pestello in mano. Questa sta egualmente dormendo, col pestello ed il mortaio in mano, appoggiata con i gomiti al tavolo. La donna adulta le da uno schiaffo, secco e rumoroso, sul lungo collo inarcato, svegliandola. La ragazza col pestello batte appena le palpebre e riprende meccanicamente a sfarinare la pietra col pestello, facendo finta di nulla. La donna adulta sembra trafiggerla con lo sguardo e, senza parlare, le indica col capo la bimba addormentata. La ragazza allora posa pestello e mortaio e prende in braccio la piccola che, senza svegliarsi, risponde all’abbraccio con gesti torpidi, lenti ed antichi. La ragazza porta fuori la bimba, mentre la donna adulta rimesta la gelatina color granato…. La luce chiara del mezzogiorno mitiga appena l’oscurità della stanza. La donna bruna ha davanti, posata su un piano di legno chiaro, su un velo di qualcosa che sembra farina, una specie di cilindro di pasta morbida, colore del granato. All’estremo del cilindro biancheggia , proprio al centro della gelatina rossastra, una specie di ripieno farinoso, dello stesso colore della pietra della notte prima. La donna prende una grande brocca e versa del vino in una brocca piu’ piccola, che ha da un lato, sul tavolo; quindi, in una seconda piccola brocca, versa dell’acqua limpida. La donna batte le ciglia degli occhi, gonfi di sonno. Poi, dopo averlo misurato col pollice, taglia un tocco dal cilindro di pasta color granato e lo lascia cadere nella piccola brocca dell’acqua. La donna sembra pensare a qualcosa, quindi fa un gesto, come per dire: prego… Antioco, dall’altro lato del tavolo, annuisce. Allunga la mano e trangugia dalla piccola brocca. Quindi fa un piccolo inchino, come per dire: però.. complimenti. Lo sguardo della donna sembra perdersi nel nulla, quindi, con una certa titubanza, indica la brocca rimasta. Antioco ha come un piccolo lampo di imbarazzo, poi beve dalla seconda brocca stavolta però profondamente assorto nel saggiare il gusto della bevanda, prima di annuire, lievemente rabbuiato… Una ragazza passa tra gli invitati con nelle mani un vassoio di arrosto fumante. La festa di nozze, nella casa dalle chiare pareti di tufo, sembra andare proprio bene. “Abbiamo finito il vino” dice l’uomo in piedi, a voce bassa. “Non è possibile..” risponde stupito l’uomo anziano, seduto a fianco dello sposo. Un certo imbarazzo sembra attraversare i vicini di posto del banchetto. “…date un occhiata nella… “ Dice Haaron, con noncuranza, seduto al posto d’onore del banchetto nuziale.. “cisterna…” dice l’indovina , frugando, con lunghe dita inanellate, fra intrichi di minuscole ossa bianche posate su un largo piatto colore del cielo, nella stanza nebbiosa d’incensi, ad un assorto Haaron. Nel banchetto nuziale, il più vicino alla cantina scavata nel tufo, ove si trova la cisterna, è il giovanotto dalle larghe spalle e dai modi spicci che Haaron ha già incontrato , casualmente, in alcune occasioni. Questi solleva un dito al cielo, come per dire: ci penso io… Scesi alcuni gradini il giovanotto si avvicina alla cisterna, da cui sembra allontanarsi Giuda. Il Giovanotto solleva il coperchio di legno. Nella cisterna, al posto dell’acqua, c’è vino spumoso, colore del granato. Sollevando la voce per farsi sentire nella stanza della festa, il giovanotto dice: “Abbiamo finito anche l’acqua…” Ultima Modifica di Braxton Bragg : 24-11-2011 alle 16:15 |
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Nell’ambiente oscuro, pieno di vapore, una lama di luce piove dalla stretta finestra , dritta verso la vasca di nero marmo venato di verde, lo stesso marmo che riveste le pareti fino all’altezza di un uomo. Il cavaliere attende, in piedi, con fare rispettoso, con la mano sinistra a tenere la mano destra, sul grembo, ed un’espressione vacua in viso. Sembra guardare, ai propri piedi, qualcosa di invisibile.
“Immagina la scena…” Dice la voce acuta di Erode, come rotta da un affanno. La voce proviene dal basso, da destra. Il cavaliere non si volta di un pollice, ma annuisce lievemente… Il villaggio avrà una ventina di abitazioni, tondeggianti, intonacate con argilla colore della cenere. L’uomo con l’asino arriva tra le case e porta le mani alla bocca; grida qualcosa. Ci sono solo donne a bambini piccoli tra le case a guardarlo. L’uomo stende alcune stuoie; mette in mostra le sue stoffe. Su un panno chiaro, con pochi colpi di pennello, traccia un volto. E’ quello di Haaron, ma come se del volto si vedessero solo le ombre. Lo sguardo dell’uomo sembra inumidirsi, e insieme illuminarsi di commozione… Le donne lo ascoltano, aggrottando le sopracciglia. Una di loro si volta istintivamente verso un bimbo dall’aspetto smorto, macilento… “Ha già funzionato”, aggiunge Erode, con quella strana voce rotta dall’affanno. Il cavaliere, sempre senza guardare verso l’interlocutore, sta per rispondere, quando un gemito rompe il silenzio. “Haaron è partito” dice il Cavaliere, con tono neutro. “Cosa?” chiede Erode, mostrando sorpresa, ma in modo non convincente. “So che ha parlato con qualcuno, qualcuno mandato dal Tempio” Aggiunge il cavaliere. “Non so cosa gli abbiano detto, ma so che ha fatto caricare ogni sua cosa, ogni mobile ed anfora, su una nave, diretta verso il delta, verso Alessandria”, aggiunge mesto. “Non abbiamo più un messia…” conclude, rabbuiandosi. Nella piccola cucina, la donna dalle braccia brune sorride, nel richiudere le falde del panno candido sui grandi pezzi di carne del piatto, posato sulla tavola . “Ringrazia il tuo padrone, a nome del mio padrone”, dice, porgendo una piccola focaccia trapunta di uva passa al ragazzo, che si inchina per ringraziare. E’ il giovane che accompagnava il cavaliere, quando questi portava le offerte al tempio della grande madre. Il giovane saluta e si allontana. E’ nel piccolo giardino quando si china , come per raccogliere qualcosa da sotto una piccola pianta di salvia. La donna , curiosa, osserva cosa il giovane abbia raccolto. Il giovane tiene fra le dita, contento, la fibbia d’argento che il cavaliere ha trovato nel palmo della sacerdotessa uccisa nel tempio. La donna prontamente si avvicina al ragazzo e gli dice: “E’ del mio padrone.. l’ha cercata a lungo…”. Il giovane, come a malincuore, cede la fibbia alla donna. In fondo al vialetto nel frattempo, entrando dal cancello, Giuda rientra a casa. “Bhe.. il carpentiere che amareggiava Haaron, eliminarlo.. non serve più…” dice Erode, col fiato corto. Lo sguardo del Cavaliere, da vacuo, diventa assorto, e si solleva, come a cercare la luce… |
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Giuda china lievemente il capo, come se non riuscisse ad alzare lo sguardo.
Apre la bocca come per parlare, ma qualcosa sembra fermarlo. Deglutisce, e sembra quasi stia tremando. “Voi mi conoscete.. “ dice con una voce mesta, incerta. “Sapete chi sono... sapete che non.. non sono proprio, insomma.. un uomo pio.. ecco…” Il viso di Giuda sembra come accartocciarsi. Qualcosa sembra gravare sulle sue spalle; come un peso, doloroso quanto invisibile. Giuda alza lo sguardo, lo gira intorno, verso i diversi gradoni del piccolo anfiteatro. Nessuno parla. Si può sentire l’ansimare di Giuda. “Ma io.. ho visto.. Ho visto.. con questi occhi”, dice , indicando con le mani tremanti i propri occhi, lucidi, spalancati, come su immagini rimaste vive, seppure solo nella sua mente… “ E non posso.. “ Dice stringendo un pugno.. “Non posso negare.. fingere che non sia successo…” “Ho visto…” dice cupo. “Ho visto.. e non è stato .. un inganno.. no.. Lui non sapeva nemmeno che fossi là, quando è successo.. “ Lo sguardo di Giuda ruota, seguendo la curva del piccolo anfiteatro, come per cercare lo sguardo di ciascuno, come per offrire a ciascuno la franchezza del proprio sguardo, diverso e aperto, stavolta, e come vulnerabile, nella evidente sincerità. Dalle grandi aperture negli spessi muri fatti di piccoli mattoni, arriva la luce calda di un meriggio estivo. Come se si arrendesse all’evidenza, Giuda chiude gli occhi, ed con voce bassa, profonda, come di chi confessi e si liberi di un peso, dice: “Il messia è giunto, inaspettato, dopo tutte quelle false promesse… quegli… inganni… Giuda riapre gli occhi. Non sembra l’uomo controllato, pieno di contegno, di sempre. E’ un uomo arreso, stanco, vinto; è un uomo diverso. “ Lo avevamo sotto gli occhi, e non lo abbiamo veduto, fino a quando… ma ora possiamo dirlo: egli è il messia” Giuda è come uscito dalla paura; ora sembra più.. alto, colmo di dignità; sembra pronto ad una nuova vita. “Poi mi dici e combiniamo..” dice all’improvviso con tono colloquiale, voltandosi verso la sua sinistra, abbandonando i gesti pieni di dignità è gesticolando con le mani, come ad indicare qualcosa da mettere a posto.. Il piccolo anfiteatro è vuoto. Nei posti più lontani, alla sinistra di Giuda, Il Cavaliere ed Antioco, soli, siedono in silenzio. I due annuiscono, assorti, come se non avessero mai, prima di allora, visto Giuda all’opera, in quel modo. Questi, davanti alle espressioni dei due, fa un gesto di malcelato orgoglio, come per dire: modestamente… Dall’altro capo dell’anfiteatro, da sotto una bassa volta, fanno capolino due ragazze, nella loro tarda adolescenza. Hanno vesti molto leggere, aperte lungo i lati, fino ai fianchi, strette in vita da cinture di lino. Entrambe hanno lunghi capelli corvini ; entrambe hanno due lunghe ciocche di capelli tinti di rosso, ai lati del capo, a segnalare la loro professione. Una di loro si avvicina alla grande finestra, mettendosi di profilo ed arcuando la schiena, osservando qualcosa in lontananza, in modo teatrale, mentre l’altra guarda appena gli uomini nell’anfiteatro, e poi, chinando leggermente il capo da un lato, si mette ad inanellare con le dita una delle ciocche di capelli rosse, con aria ingenua, infantile. Giuda guarda verso le due nuove arrivate, quindi si volta verso i due uomini e lancia loro un sorriso largo, tenendo gli occhi quasi socchiusi, quindi si incammina verso le ragazze. Antioco osserva Giuda parlare con le due ragazze. “Quindi? lo abbiamo trovato? “ “Si”, risponde il cavaliere, sottovoce. “ E quando diremo il nome a Giuda, potrà completare il suo… monologo, e prepararlo meglio…” Come stranito, il cavaliere aggiunge: “Senza mai uscire dalla villa, lo ha trovato Basilide, in un certo senso…” |
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#37 |
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Il respiro è roco, affannoso.
Attraverso le fessure, aperte nell’elmo davanti agli occhi ed al naso, la visione è limitata, confusa. Il guerriero dalle membra brune, corre con passo pesante, sulla soffice sabbia della immensa spiaggia. Indossa una tunica di cuoio, come i lacci con cui, alla tunica, sono legate, con piccoli nodi, spesse lamine di bronzo che proteggono il guerriero. La corazza batte, pesante, contro le gambe del guerriero, mentre questi arranca, affannosamente, impedendogli una corsa efficace. Il guerriero si volta verso qualcosa, alle sue spalle. Ha occhi neri, lucenti, come allucinati. Il guerriero incespica. Getta via, allora, il grande scudo dipinto di bianco su cui è disegnata una scura testa di cavallo. Getta anche la spada, verso l’acqua trasparente della battigia. Con difficoltà, mentre incespica, scioglie la stringa di cuoio che gli cinge l’elmo sul capo; si disfa anche di questo. Ha i capelli neri, unti di qualcosa che li rende lucidi, ed una barba nera, compatta. La tunica di cuoio e bronzo è rotta, da un lato, dove mancano molte lamine. Il guerriero bruno se la sfila dal capo e ormai nudo, più leggero, prende a correre con grandi falcate delle gambe muscolose, veloce adesso, sulla sabbia compatta della battigia. Come un leviatano in agguato davanti alla baia, affacciata sulla spiaggia, si scorge, circondata da spalti massicci, una città, o fortezza. La spiaggia è immensa, bianchissima, ed orla una distesa d‘acqua calma, di un celeste tenue, trasparente, come se la sabbia chiara proseguisse fino al fondo della baia. Lontano dalla città, sulla spiaggia si scorge una lunga palizzata, e delle navi a remi, tirate in secca. Da quel lato, calpestando le orme del guerriero bruno , giunge di corsa un altro guerriero, con passo d’atleta, chiuso nella sua corazza di bronzo. L’inseguitore corre leggero, col capo leggermente chino in avanti, come un predatore che segua la sua preda. Ha uno scudo di bronzo, al braccio sinistro, ed un’asta dalla punta di ferro, nella mano destra. Solleva lo sguardo, quando il guerriero bruno si disfa delle armi per correre di più. Anche l’inseguitore getta lo scudo metallico e, senza rallentare, slaccia l’elmo, gettandolo via. Ha lunghi capelli biondo rossicci, bagnati di sudore. Senza smettere di guardare l’inseguito, si disfa con facilità della cintura che regge un fodero vuoto, quindi della piastra di bronzo che gli proteggeva il petto, legata ad una specie di corsetto di cuoio che gli proteggeva le spalle. Ora anche lui è nudo e corre tenendo la lancia al di sopra della spalla destra; la sua falcata diventa elegante, distesa… Il guerriero bruno rotea gli occhi lucenti; vacilla, sulle gambe ormai ferme, legnose. Le spalle si muovono come un mantice. Il guerriero bruno guarda, stremato, il suo inseguitore, lucido di sudore, giungere a sette passi da lui. L’inseguitore appunta i suoi occhi azzurri sulla preda. Senza fretta brandisce la lancia , al di sopra della spalla, osservando il corpo dell’avversario quasi scegliesse il punto dove conficcare il ferro… Ha la punta della lingua appena fuori dalle labbra, rosse, come un bambino che compia un gesto difficile… Il guerriero bruno osserva, con lo sguardo offuscato, il guerriero fulvo scagliare la lancia, ma.. qualcosa ne distoglie l’attenzione.. Lo sguardo dell’uomo bruno perde ogni paura… All’improvviso il robusto guerriero si trasforma in un bambino bruno, snello, distratto,… La lancia si trasforma in una canna palustre , che cade a terra, troppo leggera per essere scagliata lontano. “N…nooooo!” Esclama il guerriero fulvo, mentre si trasforma in un bambino rotondetto, roseo, con grandi occhi azzurri e riccioli rossicci. “Devi.. morire!” specifica scandalizzato il bambino roseo. “Morire!” precisa. “Achille”.. dice indicando la direzione da cui provengono. “Ettore..” aggiunge indicando il bambino bruno, “Haaa!” specifica, toccandosi il petto . “Haaaa!” ripete, spalancando gli occhi e gesticolando, come per verificare che il bambino bruno abbia compreso la scena. Questi indica qualcosa, col mento, dalla parte della terra. Anche il bambino roseo osserva, e la meraviglia si dipinge sul suo volto. In quell’istante la fortezza si trasforma in un recinto per capre, e le triremi in secca, ridiventano una barchetta da pesca, marcita sulla sabbia. “Ma… mi ascolti?” Domanda il cavaliere, sorridendo incredulo. Si trova nella sala di scrittura, davanti a Basilide, che solleva lo sguardo, dai grandi occhi azzurri, verso il suo interlocutore. “Certo” dice il vecchio scriba, mentre un sorriso imbarazzato incurva le sue labbra. “Avevate un buon candidato, per farne il “messia”; avete posto sulla scena le cose ma.., ma quello se ne è andato, ed ora vi manca.. l’attore principale”.. “Ma non è così” precisa lo scriba, con sicurezza. “Noi non vediamo direttamente le cose.. vediamo quello che.. noi stessi ci raccontiamo.. E chi ha mai detto chi fosse il messia?... quale degli attori fosse, sulle scene che avete costruito? “ Domanda Basilide. “ Noi stiamo scrivendo una storia.. “ Prosegue: “Non conta cosa è successo.. quello lo avranno visto, al massimo.. alcune dozzine di persone, nessuna d’accordo col vicino.. Conta… Conterà…solo quello che Noi…racconteremo.. , perché io, questa storia, so’ già come scriverla: noi daremo a tutti, il racconto che… desiderano…” Dice lo scriba. Per un attimo, mentre si accinge a raccontare la storia al Cavaliere, la punta della sua lingua sporge dalle labbra, come quella di un bambino quando sta per compiere un gesto complicato. Ma prima pone un quesito. "Come si chiama quello che ha.. rotto le uova nel cestino al.. vostro candidato?" "Chi?...", Domanda il Cavaliere. "Quello che fa il carpentiere? Non lo so..." Precisa. Ultima Modifica di Braxton Bragg : 03-04-2012 alle 06:40 |
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“Quando le muse ci vogliono.. umiliare..”
Dice Basilide, con aria stordita, guardando appena Cecilia, che raccoglie cocci dal pavimento della luminosa sala di scrittura. Lo scriba ha lo sguardo intorbidito da qualcosa, forse dal vino della caraffa, quasi vuota, posata sul tavolo, “Non rimangono a ignorarci, nell’oscuro silenzio indifferente...” Cecilia non lo degna di alcuna attenzione. (Lastre di pietra enormi, dalle quali la malta rinsecchita sporge appena, ma sempre verso l’alto….ed un pavimento fatto di tronchi giganteschi, di superfici di legno smisurate…una distanza vertiginosa, dal punto in cui guardi, fino alla superficie lassù, sulla tua testa. Più in alto le colonne diventano bizzarre… gli archi infatti, sono rivolti al contrario… e là davanti, due animali stanno come appesi in verticale, quasi sulla tua testa…) “No.. le muse invece, annegano le vittime dentro oceani smisurati, fra marosi scroscianti di parole, di immagini cangianti, come enigmi…” Dice Basilide, come se recitasse una preghiera… (Devono aver demolito una vasta area, nella città vecchia. Tra le case si apre adesso una specie di piazza, costruita solo in parte. Ci sono dei ragazzi impolverati che buttano giù un muro, là in fondo, mentre altri muratori, anche loro coperti di polvere, stanno raccogliendo gli attrezzi da lavoro , prima di andare via dal cantiere. Tre ragazze, o donne, camminano una dietro l’altra,; attraversano l’area in costruzione, seguendo fra le macerie il percorso lastricato di una vecchia strada, ancora visibile tra le case distrutte. Hanno delle anfore, tenute con destrezza sul capo, con un braccio, sopra un piccolo telo arrotolato.) “ Ho veduto un’architettura bizzarra, in un luogo che non ho mai conosciuto.. Tutto era immenso, smisurato” Dice Basilide all’indifferente, e indaffarata, Cecilia. “ O meglio: è come se nella città fosse stato costruito un edificio, monumentale, di cui non ho mai sentito parlare, e davanti a questo, una piazza, dove invece so esserci… un dedalo di vecchie case…” Le tre ragazze, nell’attraversare la piazza, passano davanti ad una costruzione nuova, monumentale, lasciandola alla loro sinistra; massicce colonne quadrate, di grossi blocchi di pietra chiara, tagliata di fresco, uniti con la calce, terminano in archi regolari, che si susseguono identici per tutta la facciata della costruzione, disegnando un lungo porticato. Più avanti, al centro, c’è una grande porta, decisamente monumentale. Ai lati dell’ingresso è stato posto di fresco un bassorilievo: raffigura delle ninfe che versano fiumi d’acqua dalle loro anfore. Ci sono due uomini, nel vano del quarto arco, vicino all’angolo più prossimo della costruzione… La ragazza più indietro della fila vede la schiena delle sue due compagne; nel palazzo delle nuove terme, i due uomini nel portico parlano tra loro. Sono vecchi, con i visi segnati dalle rughe; brutti. Sono impegnati in una qualche discussione e non la guardano nemmeno. “Questo palazzo è.. sarebbe … quello delle “nuove” terme” Dice l’inascoltato Basilide forse ai muri della sala da scrittura; abbassando lo sguardo aggiunge, mesto: “Terme che non ci sono mai state, e non ci potranno mai essere, ma…” La seconda ragazza, quella, delle tre, al centro della fila, vede la schiena delle sua compagna; nel vano del quarto arco, nel palazzo delle nuove terme, ci sono due uomini che parlano tra loro. La ragazza abbassa lo sguardo verso il proprio ventre, che inizia ad essere prominente… “ ...vedo , questo luogo, da punti di vista... differenti…” Aggiunge Basilide, con sguardo stranamente allucinato. Cecilia osserva la caraffa quasi vuota, sporca del vino bevuto, quindi osserva Basilide… La ragazza che apre la fila vede la strada avanti a se; nel palazzo delle nuove terme, nel quarto vano del portico, ci sono due uomini che parlano tra loro. Sono, aitanti, vestiti con gusto. Entrambi l’hanno guardata di sottecchi, e quello più bello dei due non ha potuto nascondere una evidente ammirazione per la sua figura… (Arriva in volo. La intravedi, appena. Ti abbassi, ti appiattisci, poi quando è vicinissima, flettendoti sugli arti spalanchi la bocca e….”) “Sto impazzendo?” Domanda Basilide. “ E’ mai possibile che un uomo veda le cose da molti punti di vista e, lo so che è assurdo…anche con gli occhi di … Il Cavaliere solleva lo sguardo, come se avesse scorto un movimento inatteso. Antioco, seduto davanti a lui, gli lancia uno sguardo interrogativo. “Un geco” dice il Cavaliere ad Antioco, che osserva a sua volta l’animaletto. Sul loro capo, attaccato con le zampette prensili al soffitto del portico, un minuscolo geco ha appena mangiato qualcosa, forse una zanzara. Antioco è seduto con la schiena appoggiata ad una delle colonne di pietra chiara, nel portico delle nuove Terme, con davanti la piazza ancora in costruzione, in cui tre ragazze passano proprio ora, portando le anfore sul capo. Quella al centro è molto bella, come luminosa. La prima è decisamente giovane, con uno sguardo scintillante. Quella che chiude la fila ha le labbra e gli occhi gonfi; sembra molto stanca, e arrabbiata… I due uomini sono vicini all’angolo della costruzione. Proseguendo nel portico si arriva alla svolta e, dopo alcuni archi, c’è un piccolo anfiteatro, in cui alcune decine di uomini, tesi, assorti, ascoltano un oratore. Lo sguardo di Giuda ruota, seguendo la curva del piccolo anfiteatro, come per incrociare lo sguardo di ciascuno, come per offrire a ciascuno la franchezza del proprio sguardo, diverso e aperto, stavolta, e come vulnerabile, nella evidente sincerità. Dalle grandi aperture negli spessi muri fatti di grandi pietre chiare, squadrate di fresco, arriva la luce incerta di un crepuscolo primaverile. Come se si arrendesse all’evidenza, Giuda chiude gli occhi, e con voce bassa, profonda, come per confessare la propria colpa, liberandosi da un peso, dice: “Il messia è giunto, inaspettato, dopo tutte quelle false promesse… quegli… inganni… Giuda riapre gli occhi. Non sembra l’uomo controllato, pieno di contegno, di sempre. E’ un uomo arreso, stanco, vinto; è un uomo diverso. “ Lo avevamo sotto gli occhi, e non lo abbiamo veduto, fino a quando… ma ora possiamo dirlo: egli è il messia” Antioco, dall'altro lato del palazzo, rivolgendo lo sguardo verso le tre ragazze che si allontanano con loro anfore, domanda: "Che senso ha... costruire delle terme in una città dove...?" Ultima Modifica di Braxton Bragg : 13-05-2012 alle 08:23 |
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“Perché costruire terme in una città dove l’acqua è così… costosa?”
Il cavaliere, seduto sul muretto alla base delle arcate del palazzo, ripete la domanda, a bassa voce, come se parlasse a sé stesso anziché ad Antioco, in piedi accanto a lui. Aspira con gusto l’aria già primaverile, forse per il profumo di nuovi fiori, sbocciati non lontano. I due si trovano nel portico delle nuove terme, dalle larghe colonne di pietra chiara, che fa da perimetro al nuovo edificio, in parte ancora da costruire. Proseguendo lungo il portico verso l’angolo là accanto, svoltando a destra si entra nell’anfiteatro dei pantomimi, ambiente più vasto, con tre ordini di gradoni per il pubblico; qui, Giuda sta pronunciando il discorso che svelerà agli adepti l’identità del messia. Seduto in disparte, il carpentiere annuisce, distratto. Fa parte della dozzina di figure che ascoltano l’oratore; non ha l’aria di attendersi qualcosa di particolare, ma quella di chi accompagna un amico, a un appuntamento che non lo riguarda direttamente. Nella piazza in costruzione, le tre ragazze con le anfore per l’acqua sono arrivate quasi all’altro capo, dove si apre, svettante fra le basse case addossate alle mura, il torrione della “ porta delle palme”. Proprio di fronte alla porta del torrione, ad una trentina di passi da questa, Là, alcuni operai, ancora al lavoro mentre la luce del giorno si affievolisce, si sono fermati. Una figura, dalle spalle fortemente curve, tozza, è di fronte a loro; è una donna anziana, dai capelli bianchi. “Spostati… “ dice poco convinto, uno dei due operai, sudato e impolverato. “Partono schegge. Ti fai male…” Gli operai hanno dei picconi in mano e stanno accanto ad una pietra squadrata, rossastra, che fuoriesce dal piano della strada. Ma la donna, anziana, guarda, come stordita, proprio quella pietra, e sembra non sentirli nemmeno. Non sembra propriamente in sé. Guarda quella pietra squadrata, rossastra, forse la soglia di una casa, la casa che gli operai stanno finendo di demolire… “Le nuove divinità sembrano obbligate a… mostrare di essere… eredi delle divinità più antiche “ Dice il Cavaliere, oziosamente. “E tra le religioni più antiche, aveva un posto speciale, l’adorazioni dell’acqua, del fluido che bagna la terra e le dà vita….” Antioco ascolta distrattamente. Fatti alcuni passi si affaccia, come per gettare uno sguardo oltre l’angolo. Là Giuda pronuncia con voce profonda le sue parole… “Qui in città, prima di entrare nei templi, per i fedeli del dio che non si vede, ci sono le piscine della purificazione; serviva per dire, quando si passò da una religione ad un’altra, che, la religione dell’acqua, era solo il primo passo, e annunciava la religione vera…” prosegue il Cavaliere. Antioco, tornato sui suoi passi, annuisce guardando altrove, come chi ascolta frasi dette solo per passare il tempo. “I Romani invece, costruendo le terme, dicono: vedete? L e acque, un tempo sacre e rare, sono per noi un dettaglio, solo un luogo dove divertirsi. Perché siamo nati sulla riva di un fiume e, dove giungiamo, là portiamo i nostri dei, la nostra ricchezza, e rendiamo fertile il deserto, e ruscellanti le città sulle rocce…” Il cavaliere fa una pausa e aggiunge: “Con le terme, qui, dicono: siamo i padroni delle cose…” “Vedrai… nei templi degli nuovi dei, troverai sempre una fonte, un luogo dove l’acqua, sacra, possa essere attinta….” “Ma c’è un’altra ragione, secondo me” Aggiunge il cavaliere, “… per costruire le terme proprio qui…”. Poi domanda: “Hai notato come sono bassi i gradini all’ingresso principale.. e com’è largo il portale?” Antioco, come se una campanella d’argento avesse tintinnato all’improvviso, perde il suo distratto torpore e guarda negli occhi il cavaliere, come per verificare se ha inteso bene l’allusione. “Ci stavo pensando mentre arrivavo alla porta delle palme, passando nei vicoli…. Ultima Modifica di Braxton Bragg : 14-03-2013 alle 17:34 |
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“Ci stavo pensando mentre arrivavo alla porta delle palme, passando nei vicoli della città vecchia….”
…..Nel vicolo, lo sguardo ruota verso destra; il pavimento di pietre consunte, costruito su una marcata pendenza, sembra compiere una larga curva. Una decina di passi più in alto, la strada scompare dietro lo spigolo di una casa. Lo sguardo ruota ora verso sinistra. Una decina di passi più in basso, due bambini si inseguono nel vicolo, giocando, e scompaiono dietro lo spigolo di un’altra casa. Lo sguardo sale poi verso l’alto; scorre sulle facciate delle case, intonacate con un’argilla giallastra, compatta. Ad un palmo da terra si aprono, piccole e oscure, le finestrelle delle cantine, così strette che neppure un bambino potrebbe passarci. Salendo lungo i muri cotti dal sole, grossi blocchi, di chiara arenaria, o di tufo giallastro, appaiono dalle larghe scrostature, dove l’intonaco è caduto. Ci sono piccole finestre, al piano terra, lunghe un braccio e larghe una spanna, sprangate da assi di legno, tranne una, da cui occhieggia una donna non più giovane. Ancora più in alto ci sono le finestre del primo piano, più ampie, ma sbarrate da grossi rami di ginepro, appena sbozzati, infissi come sbarre nella pietra scavata e duri come ferro, pieni di spuntoni. Al di sopra, c’è solo il muricciolo che circonda le basse cisterne fatte per convogliare l’acqua piovana, costruite sulle case. Confinato fra gli argini smussati dei muri, Il cielo sembra un fiume di luce azzurra, il cui fondo di scogli sia proprio il cammino tortuoso da cui si allarga lo sguardo, scivoloso di vecchie pietre levigate dal lungo uso. Su una minuscola panca, fuori da una casa, esposte per segnalarne il commercio, fanno mostra di sé una striminzita pannocchia di mais e una terrosa patata. Lo sguardo si sofferma su questo particolare, quindi si abbassa verso le pietre della pavimentazione. Ancora pochi passi e, in fondo al vicolo, staccati dalle case da appena mezza dozzina di braccia, si aprono gli spessi battenti della “porta delle palme”… “Per centinaia di passi, sono come budelli, senza una via di fuga. Una coorte di fanti, in quei vicoli, non potrebbe schierarsi, né avere lo spazio per scagliare i giavellotti… “ Dice il Cavaliere. “Gli arcieri non avrebbero nessun vantaggio, rispetto a qualcuno in agguato sui tetti” Osserva, seduto nel vano del portico. Mentre Antioco solleva lo sguardo verso il vasto slargo, frutto delle demolizioni, in via di costruzione davanti alle terme, prosegue: “La cavalleria non avrebbe modo di prendere slancio; su quelle pietre, i cavalli sarebbero un rischio, un impiccio, più che un aiuto….” “ Se i Romani dovessero mai rischiare di essere battuti, lo sarebbero nei vicoli di una vecchia città come questa, dove la loro tattica, l’addestramento, le manovre, non servirebbero a nulla; sarebbero attaccati con imboscate e trappole, dai tetti, da persone qualunque, e non in campo aperto” , Dice il Cavaliere ad Antioco, che lo osserva ora tenendo il capo inclinato. “ E, guarda caso, ai Romani viene in mente di costruire, intorno a due preziose sorgenti, delle terme, che somigliano, di certo per pura combinazione, ad una caserma di cavalleria, e davanti a queste creano uno spazio, diciamo, di un tiro d’arco, adatto alle cariche dei cavalieri…, e questo spazio, ma è solo una casualità, taglia i rifornimenti d’acqua di quella parte della città dove potrebbero subire imboscate…” Antioco annuisce, osservando in lontananza le tre ragazze con le anfore, ormai giunte in prossimità della porta delle palme. Là, un operaio si sbraccia davanti ad una figura ingobbita, tozza, immobile… “Vai via!”, dice l’operaio, sbracciandosi, con il piccone appoggiato ad una gamba, alla anziana signora che sembra essersi imbambolata davanti a lui, immobile, assorta, come se cercasse disperatamente di ricordare qualcosa, con gli occhi così socchiusi da essere sottili fessure nel viso rugoso. “Ti fai male!” prosegue l’operaio, mimando con gesti delle mani le schegge di pietra che potrebbero colpirla; si guarda intorno; stanno arrivando tre donne con delle anfore; un uomo, dal portico delle nuove terme, guarda verso la sua direzione. All’operaio sembrano “cadere le braccia”, mentre borbotta: “…vecchia rimbecillita..” …Ancora pochi passi e, in fondo al vicolo, staccati dalle case da appena mezza dozzina di braccia, si aprono gli spessi battenti della “porta delle palme”… Attraversata la fresca oscurità sotto l’arco della grande porta, lo sguardo si rivolge ad un gruppo festoso di persone, chiassose, felici. C’è un matrimonio, e degli sposi, là davanti. Dentro la cerchia delle mura,ad una decina di passi dalla porta delle palme, davanti ad una casa appena imbiancata, si sta svolgendo la cerimonia della “entrata in casa”. Lo sposo è un giovanotto bruno, basso, bruciato dal sole, con occhi lucenti di contentezza, che rotea quasi a cercare con compiacimento lo sguardo degli invitati, come per richiederne l’attenzione, l’ammirazione. Ha una piccola barba irregolare e dei baffi molto curati, che contrastano con le povere vesti che indossa; ha una specie di stola sulle spalle, come la sposa, più alta di lui, ritta e radiosa, con una coroncina di fiori sui capelli biondi e lunghi. La sposa è una ragazza alta e imponente, con robuste braccia e ampie spalle arrotondate, come succede alle contadine della Galazia. Lo sposo gira lo sguardo acceso intorno, come per accertarsi che tutti vedano la “Sua” sposa. Lei invece sorride ad occhi chiusi, come se assaporasse quell’istante, commossa. Intorno, persone con canestri di piccoli dolci, ormai quasi vuoti, ridono. Una donna matura dà allo sposo una piccola brocca; questi mostra la brocca agli astanti, quindi la getta contro la soglia, ricavata da una pietra rossa, ben squadrata, della casa appena imbiancata. La brocca si infrange; dalla piccola folla si alza un grido di giubilo. La sposa, allora spalanca gli occhi, come a cercare la prima cosa che appaia al suo sguardo: davanti a lei, ad una ventina di passi, avvolto in una costosa toga bordata di azzurro, appena uscito dalla “porta delle palme”, c’è un giovanotto alla soglia dei trent’anni, che la guarda ammirato: è il famoso scriba Basilide, appena giunto in città da Cirene. Lo scriba allarga le braccia, come per dire: che bella sposa.. Lei lancia un sorriso allo scriba, ed un sguardo felice, con i suoi grandi occhi, dalle pupille di un celeste chiaro, delicato… Lo sposo le tende la mano, che lei afferra; compiono insieme due passi, mentre la gente intorno lancia loro auguri di felicità. Lo sposo spinge la porta della casa, e con un gesto cerimonioso invita la sposa a entrare. La sposa sorride e abbassa lo sguardo, per posare un piedino sulla soglia della casa, ricavata da una pietra rossa ben squadrata… Una pietra rossa, ben squadrata; davanti al muratore che ormai ritira i suoi attrezzi, la donna anziana osserva quella pietra infissa nel terreno, ultima parte di una casa ormai demolita. Spalanca le palpebre fino allora quasi serrate, come per guardare meglio: ha grandi occhi di un celeste chiaro, delicato. Ruota lo sguardo intorno, come per cercare qualcosa che sembra mancare. Alza lo sguardo , come per cercare case che non esistono più. Si volge verso la porta delle palme, come se si aspettasse di vedere qualcuno. “Vieni Nonna, andiamo a casa” Le dice stancamente la terza delle ragazze con le brocche dell’acqua, ormai giunta accanto. La ragazza prende la donna per mano, con pazienza. L’anziana signora cammina con difficoltà, spostando goffamente i piedi, con un precario equilibrio. La ragazza fa un cenno col capo alle altre due, più avanti; che vadano pure avanti, senza aspettarle… Nell’anfiteatro dei pantomimi il carpentiere ha come un moto di sorpresa. Allarga le braccia, come per dire: aspettate… c’è un equivoco. Giuda ha ancora il braccio teso verso di lui, teatralmente, ad indicarlo. Gli altri convenuti, tutti voltati verso il carpentiere, hanno gli occhi lucidi e sembrano scossi da una intensa emozione… Antioco ha osservato la scena, si ritrae oltre lo spigolo del portico e lancia uno sguardo compiaciuto al cavaliere, che lo aspetta, seduto sotto l’arcata. “Sta andando benissimo”, osserva Antioco. “D’altra parte, dopo il miracolo del mercato….E’ stato il più convincente.. se non avessi pensato a te, avrei creduto…E’ stato davvero un colpo da maestro: bravo, bravo, bravo…” dice al cavaliere. Questi batte le palpebre, come perplesso. ….Nella piazza del mercato, sotto la chiara luce mattutina, qualcosa è successo, di inaspettato, di miracoloso. La folla si è ritratta, lasciando uno spazio vuoto intorno al carpentiere, e ad un’altra persona accanto a lui, inginocchiata, scossa dai singhiozzi, che sembra volerlo ringraziare per qualcosa di meraviglioso; Il carpentiere allarga le braccia, incredulo, come per dire: non guardare me: io non c’entro per niente… ma forse è lo stesso gesto ieratico, simbolico, di chi, con infinita modestia, cerca di abbracciare il mondo. Il cavaliere si guarda intorno, sorpreso. Il suo sguardo fruga fra la folla, finché non scorge Antioco, che ha lo stesso suo sguardo. Antioco sorride, ma abbassa lo sguardo, appena il cavaliere fa finta di non vederlo… Nel portico delle nuove terme, Antioco perplesso dice “Pensavo fossi stato tu a organizzare…” “Ed io pensavo fosse opera tua, e anzi, volevo ricordarti di avvertirmi, quando fai i…” Dice il cavaliere, pensoso, senza finire la frase… “Ma allora…il carpentiere è davvero…” dice Antioco, spalancando gli occhi, come colto da un immenso dubbio… “Non essere ridicolo…”sibila il cavaliere. “Noi, il.. “vino”, lo mettiamo in tavola, ma non lo beviamo. Se non sei stato tu, se non siamo stati… noi”…. Osserva pensoso.. Poi , in silenzio scuote il capo, come ad escludere una terza possibilità sorta alla mente. “Allora vuol dire che… non siamo i soli… a qualcuno è venuta la stessa idea, a qualcuno che ha messo in scena il miracolo… per.. certi.. suoi… fini..” Il cavaliere solleva lo sguardo verso Antioco, scutandolo in viso, dicendo: “E adesso dobbiamo capire chi sia, e per quale ragione…” |
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